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Archive for the ‘Cara dada…’ Category

Cara Dada,

con l’arrivo dell’estate stiamo iniziando a pensare di togliere il pannolino al nostro bimbo di 2 anni. Siamo un po’ preoccupati perché temiamo possa essere un cambiamento non proprio semplice sia per il bimbo che per noi, hai qualche consiglio?

Il cosiddetto “spannolinamento”, ovvero passare dal pannolino al vasino, rappresenta uno dei tanti piccoli passi verso l’autonomia nel cammino di crescita di ogni bimbo. Quasta fase è particolarmente delicata in quanto coinvolge attivamente non solo il bimbo, che acquisisce una nuova competenza importante per la propria autonomia e per la propria autostima (impara a fare una cosa “da grandi”!), ma anche i genitori, che armati di pazienza accompagnano e sostengono il bambino in questo percorso alla conquista del vasino!

Come ogni tappa evolutiva, ognuno ha i propri tempi. Così come ogni bimbo inizia a parlare o camminare con tempistiche differenti l’uno dall’altro, anche per il passaggio dal pannolino al vasino è importante rispettare i tempi del bambino e non forzare la mano. Generalmente infatti, se il bambino ha raggiunto il compimento del secondo anno d’età, si approfitta del periodo estivo (comprensibilmente) per iniziare a togliere il pannolino per una serie di comodità: meno vestiti da togliere, facilità nel lavare e asciugare facilmente i panni che si sporcano in caso di piccoli incidenti. Insieme a queste considerazioni, credo sia essenziale metterne una di fronte a tutte, forse la più importante affinchè lo spannolinamento proceda con tranquillità: il bambino è pronto? Generalmente tra i 18-24 mesi i bambini acquisiscono una maggiore consapevolezza del proprio corpo e, in questo caso, dei propri stimoli fisiologici. Da cosa lo capiamo? Il bimbo può segnalare di aver fatto pipì in vari modi: verbalmente, indicando il pannolino, o magari andando in un angolino o appartandosi quando necessita di fare i propri bisogni. Questi sono piccoli segnali che ci fanno capire che il bimbo avverte e riconosce lo stimolo, potrebbe dunque essere un buon momento per procedere con lo spannolinamento. Come accennavo in precedenza, non c’è un’età precisa e “giusta” affinchè questa fase avvenga: ci sono bimbi che si sentono pronti prima dei due anni, altri intorno ai due anni e mezzo, questo non li rende “più o meno bravi”, “più o meno pigri”, semplicemente ogni bimbo è unico ed è giusto rispettare e seguire i suoi tempi. È dunque importante osservare e ascoltare con la giusta sensibilità il bimbo.

È importante tenere conto inoltre della presenza di eventuali ulteriori cambiamenti che stanno avvenendo nella vita del piccolo: se avete appena traslocato, se è nato un fratellino, è meglio aspettare ancora un po’ perché per il bambino potrebbe essere un momento delicato o stressante al quale si deve abituare prima di introdurre un’ulteriore novità.

immagine panno

Ci siamo: il bimbo è pronto! E adesso?

Credo che la parola chiave, giunti a questo punto, sia la pazienza. Anche se abbiamo appurato che il bimbo è in grado di riconoscere e segnalare lo stimolo fisiologico, sarà normale che si verifichino numerosi “incidenti di percorso”: d’altro canto, quando ha imparato a camminare, quante volte è caduto prima di capire come si fa? Questo potrebbe accadere perché le prime volte riconosce e segnala lo stimolo troppo tardi, o magari è distratto da altre attività più coinvolgenti, o semplicemente se ne dimentica. Quando succede che si bagni è importante non sgridarlo: potrebbe sentirsi imbarazzato, colpevolizzato, e dunque potrebbe vivere con frustrazione e difficoltà questo momento. Possiamo cercare di aiutarlo chiedendogli spesso se deve fare pipì, così da ricordarglielo qualora sia impegnato in qualche gioco per lui interessante.

Così come i tempi sono differenti da bimbo in bimbo, anche le modalità di “approccio” al vasino devono essere adattate al carattere e alle esigenze del piccolo: può infatti sentirsi maggiormente a proprio agio mettendo il vasino in un luogo protetto e discreto, o può essere più funzionale per lui portare il vasino con sé nelle varie stanze della casa, almeno per il primo periodo.

Può essere utile far familiarizzare il bimbo col vasino per esempio facendolo scegliere a lui, scegliendone uno del suo personaggio preferito, lasciando che lo “studi” anche giocandoci, o raccontando una storia a tema: in biblioteca e in libreria si trovano numerosi libri molto utili e divertenti da leggere insieme; da Nunù per l’infanzia per esempio viene utilizzato “Posso guardare nel tuo pannolino?”, altre letture simpatiche possono essere “Il vasino”, “Il vasino del pirata/della principessa”.

Quando il bimbo raggiunge l’obiettivo via libera a rinforzi come un bel bacio, un abbraccio, un elogio per quanto è stato bravo. Potrebbe risultare utile anche utilizzare la cosiddetta token economy: assegnategli un adesivo, una stellina, un simbolo ben visibile ogni volta che utilizza correttamente il vasino come riconoscimento, e al raggiungimento di 5 stelline potrete fare un’attività piacevole per il bimbo come premio: un giro al parco, un gelato insieme (sarebbe meglio evitare premi materiali come l’acquisto di un gioco).

Con tanta pazienza e ascolto delle esigenze del vostro bimbo vedrete che uscirete vittoriosi nella… conquista del vasino!

Valentina Pajola, psicologa e dada

 

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Cari amici,

siamo liete di invitarvi all’incontro con la psicologa, la dott.ssa Valentina Pajola, offerto da Nunù, nel quale verrà trattato il delicato tema della gestione delle regole. Non è sempre facile gestire le regole con i bimbi: capita che non sempre vengano accolte e accettate, e talvolta possono creare nei bimbi reazioni di rabbia e sfociare nei cosiddetti “capricci”. Come possiamo gestire al meglio questi momenti? Esistono modalità che aiutino bambini (e i genitori) ad accogliere nel modo più sereno possibile le regole? Ne parliamo insieme VENERDI 23 MARZO alle ore 17.30.

Incontro su prenotazione a INGRESSO GRATUITO per i soci.

Per permettere lo svolgimento dell’attività il servizio di baby-parking terminerà alle 17.00.

Invito a La gestione delle regole

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In questo nuovo appuntamento con la nostra rubrica “Cara Dada”, affrontiamo oggi un argomento particolarmente…scottante: la rabbia! Ho notato come sia particolarmente elevato l’interesse che ruota intorno a questa emozione, e come spesso siano numerose da parte di genitori ed educatori le ricerche di strumenti, consigli, materiali che permettano di comprendere e gestire la rabbia dei più piccoli. Questo breve articolo non vuole (e non può) essere un vademecum esaustivo di consigli per la gestione della rabbia, ma piuttosto un piccolo spunto di riflessione che possa aiutare a comprenderla, una bussola che possa orientare l’ago dell’attenzione degli adulti nella sintonizzazione con il bambino.

rabbiaChe cos’è la rabbia?

La rabbia è innanzitutto un’emozione primaria che tutti, grandi e piccini, proviamo. Questa può essere provocata da situazioni esterne che troviamo avverse, ostili, o da stati interni (ad esempio quando non riusciamo a fare qualcosa); può essere manifestata attraverso reazioni verbali e/o comportamentali, ma può essere anche repressa e non manifestata affatto. È dunque un’emozione dalle varie sfaccettature che, come tutte le altre emozioni, va accettata e accolta, compresa ma non repressa: come ho sottolineato più volte nei precedenti articoli, non esistono emozioni giuste o sbagliate. Dunque anche la rabbia è importante nella costruzione dell’esperienza e dello sviluppo del bambino.

Qualche spunto per comprendere la rabbia dei bambini e gestirla

  • Poniamoci in una posizione di curiosi osservatori: soprattutto per quei bimbi particolarmente esplosivi e che esprimono la rabbia molto spesso, può essere utile osservare in che situazione avvengono questo scoppi, sono presenti alcune persone in particolare? Che cosa succede prima? E dopo? In questo modo possiamo avere qualche elemento in più per comprendere la rabbia del bambino e potremmo trovare delle ricorrenze, per cui non sarà un’emozione che “scoppia senza motivo”.
  • Diamo un feedback verbale al bambino, dando un nome a ciò che sta provando, sintonizzandoci con l’intensità delle emozioni che sta manifestando: “caspita! Mi sembri molto arrabbiato! Anzi no, moltissimo!!”, associando la frase ad un’appropriata espressione del viso. Questo per fargli capire che percepite e capite quello che sta provando, e soprattutto il bambino darà un nome a quest’emozione così forte che spesso, per la sua esplosività, lo può anche spaventare. Può essere utile associare la situazione all’emozione: “quando ti ho detto di rimettere in ordine e non guardare i cartoni ti sei tanto arrabbiato vero?”.
  • Reagiamo con calma e fermezza, se il bimbo lo accetta abbracciamolo e coccoliamolo: l’abbraccio non solo funziona da contenimento fisico, ma aumenterà i livelli di ossitocina, che favorisce l’insorgere della calma e del benessere, riducendo al contempo il cortisolo, l’ormone dello stress.
  • Facciamo sentire la nostra presenza, anche nelle peggiori sfuriate: con un abbraccio, con la sola presenza fisica o anche, qualora il bambino voglia stare da solo per un po’, lasciandogli lo spazio necessario “ok ti lascio un po’ qui da solo, vado nell’altra stanza, quando ne hai voglia chiamami/vieni di là con me”. In questo modo il bambino capirà che la sua rabbia non ci spaventa, che la accettiamo, e siamo pronti a parlarne quando ne avrà voglia. Con il tempo (e tanta pazienza!) solo dopo averla sperimentata in un ambiente sicuro e averla vista compresa e accettata, imparerà ad esprimerla e a gestirla autonomamente.
  • Parliamo insieme al bimbo della rabbia e di ciò che lo fa arrabbiare. Uno strumento utile che ho utilizzato durante il laboratorio è stato il barattolo montessoriano della calma (facile e veloce da fare anche a casa, in internet si trovano vari tutorial): i brillantini che scendono lentamente hanno un effetto quasi ipnotico e aiutano il bambino a rilassarsi e a focalizzarsi sul qui e ora, permettendogli di “fermarsi” e favorendo il dialogo. Attenzione: questo non è uno strumento per evitare la rabbia nei momenti più “caldi” (dato che non è assolutamente un obiettivo che ci poniamo), ma può essere d’aiuto per parlarne dopo uno scoppio d’ira per esempio.
  • Come al solito un aiuto per parlare di rabbia viene dal mondo dei libri. In particolare io ho utilizzato con i bimbi “Che rabbia!” di Mireille d’Allancé. In questo modo abbiamo uno strumento in più per parlare di questa emozione, per aiutare i bambini a riconoscerla nelle varie manifestazioni, per comprendere che a tutti capita e che è una emozione che, per quanto fastidiosa, ha un inizio e una fine e non c’è nulla di sbagliato nel provarla!

 

Tutte queste piccole accortezze di cui ho parlato non riguardano ovviamente solamente quei bambini un po’ più turbolenti, ma anche quei bimbi che non esprimono mai la rabbia, che invece di esplodere implodono. Il fatto di non manifestarla non è sintomo di assenza di rabbia: è presente anche in loro, diamogli un aiutino per sperimentarla ed esprimerla!

Valentina Pajola, psicologa e dada

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Continuando il filone delle emozioni introdotte nell’ultimo post di “Cara Dada”, parliamo oggi di una delle emozioni che durante i laboratori a tema ha suscitato particolare attenzione nei genitori, e solleticato l’interesse dei bambini: si tratta della paura!

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Ma… che cos’è la paura?

Innanzitutto la paura è un’emozione primaria che ha un’importante funzione: quella di attivarci in caso di potenziale pericolo e di farci reagire di fronte ad esso, con comportamenti di attacco o di fuga. È dunque un’emozione importante per la salvaguardia di noi stessi e che contribuisce alla crescita personale, e che va accolta ed affrontata, non evitata come ci viene spesso spontaneo pensare.

Come ho già sottolineato nel precedente post (https://nunubabyparking.wordpress.com/2018/01/31/diario-di-bordo-giochiamo-a-emozionarci), credo sia fondamentale trasmettere ai bambini il messaggio che ogni emozione è importante e va accettata e, per quanto qualche volta possa risultare spiacevole, ogni una è indispensabile e dipinge di diverse tinte la nostra esperienza. Dunque anche la paura deve godere di questo trattamento speciale!

Ad ogni età la sua paura

La paura è dunque una compagna che ci capita di incontrare più volte durante il corso della nostra vita, durante la crescita dei bambini in particolare compaiono paure tipiche e del tutto naturali, che non devono quindi destare particolari preoccupazioni nel genitore. Quali?

La paura dell’estraneo per esempio, che compare intorno agli 8 mesi; crescendo (dai 12 ai 24 mesi) arriva la paura di separarsi dai genitori e un po’ alla volta, a partire dai 3 anni circa, le paure vengono simbolizzate in mostri, fantasmi, streghe cattive, il buio.

La paura: conoscerla per capirla e affrontarla

Come comportarsi dunque con i bambini per aiutarli a riconoscere ed affrontare questa emozione?

  • Durante il percorso laboratoriale è stato molto utile scoprire com’è fatta la paura: è infatti spesso accompagnata da reazioni fisiche come battito cardiaco accelerato, sudorazione, tremore. Queste manifestazioni sono state individuate facilmente dai bambini, che sono stati bravissimi a capire che oltre a questi “indizi” più visibili ci sono anche sensazioni di inquietudine (“quando ho paura mi batte forte il cuore e non sto tanto bene così vado dalla mamma che mi abbraccia e un po’ mi passa!” M. 3 anni).
  • Quando il bambino le manifesta, ascoltiamo le sue paure senza giudicarle e con la massima accoglienza, senza frasi come “Non devi avere paura! Non sei un bambino piccolo!”. Il rischio è quello di rendere la paura un’emozione “da deboli” e che quindi è sbagliato provare, creando insicurezze. Inoltre con il tempo il bambino potrebbe avere riserve nel confidare le proprie emozioni proprio perché non vengono prese seriamente.
  • Per i bimbi che esprimono con fatica questa emozione o che dichiarano “io non ho mai paura!” può essere utile spiegare che a tutti capita, anche ai grandi, e che questo non li rende meno coraggiosi. A tal proposito ho trovato molto interessante la lettura “Paura di niente” di Maria Gianola.
  • Se il bambino è particolarmente agitato nel momento in cui avverte paura, mostriamoci calmi e accoglienti: il nostro linguaggio non verbale aiuterà ad abbassare lo stato di ansia grazie al contagio emotivo, dunque il nostro comportamento avrà un effetto calmante.
  • Un modo di parlare di paure (ma anche delle altre emozioni) per aiutare i bambini a riconoscerle, elaborarle ed esprimerle è quello di farlo attraverso i libri: ce ne sono moltissimi che affrontano anche in maniera trasversale questo tema, possiamo passare dai grandi classici come Cenerentola, o I Tre Porcellini, in cui i protagonisti affrontano timori di vario tipo, fino a storie più moderne. Nel laboratorio dedicato alla paura ho scelto “Non dormi piccolo Orso?”, che consiglio anche come favola della buona notte per quei bimbi che hanno paura del buio. Oltre ai libri, può essere utile simbolizzare e inscenare le proprie paure attraverso il gioco o il disegno: in questo modo offriremo molti strumenti tra cui scegliere per aiutare i bimbi a esprimere e raccontarci le proprie emozioni e, perché no, anche affrontare le proprie paure (durante il laboratorio, ho richiesto ad ogni bimbo di disegnare il mostro più pauroso che potesse, e il risultato è stato che qualcuno ha commentato “questo mostro non fa più tanta paura… sembra quasi buffo!”).

Valentina Pajola, psicologa e dada

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 Si è concluso nel mese di dicembre il nostro piccolo percorso laboratoriale dedicato alle emozioni, pensato per i bimbi dai 3 ai 6 anni con lo scopo di aiutarli a familiarizzare con il proprio mondo emotivo. Sono qui per raccontarvi un po’ il “dietro le quinte” di questa esperienza per poter rendere partecipi anche mamme, papà, nonni: insomma tutti i più grandicelli che per motivi… anagrafici non hanno potuto partecipare, ma che comunque hanno dimostrato tanta curiosità e interesse per questo percorso.foto-emozioni.

Perché un laboratorio sulle emozioni?

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una sempre maggiore sensibilità rivolta al tema delle emozioni. Il film “Inside Out” è una testimonianza di questa maggiore attenzione, in quanto vengono trattate e integrate emozioni primarie come Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto, e viene spiegato attraverso un linguaggio semplice ed efficace come tutte queste siano importanti nella costruzione del Sé e nella relazione con gli altri.

A mio avviso, uno dei messaggi più importanti che questo film d’animazione manda è proprio il fatto che non esistono emozioni giuste o sbagliate, importanti o meno importanti, ma sono tutte necessarie in ugual modo nella costruzione della nostra esperienza. Spesso la nostra cultura può in maniera erronea lasciar passare il messaggio che sia meglio nascondere alcuni stati d’animo a favore di altri: la paura può esser letta come sintomo di codardia; troppa tristezza può dar noia al prossimo, meglio mostrarsi gioiosi; la rabbia è spesso vista come un’emozione da evitare. Ecco quindi che è sempre più importante riconoscere sin da piccoli il valore di ogni emozione, accettandola senza però reprimerla, ma cercando piuttosto di regolarla quando necessario.

Nei laboratori svolti da Nunù lo scopo principale è stato quello di aiutare i bimbi a riconoscere ogni emozione in tutte le sue sfumature e tutte le sue manifestazioni, riuscendo in primis a dare un nome a ciò che provano: questo primo passaggio che può sembrare banale è in realtà un punto molto importante e delicato e per nulla scontato. È frequente infatti che gli adulti stessi trovino difficoltoso riconoscere e discriminare le emozioni. Via libera dunque a “Mi sembri un po’ arrabbiato…”, “Wow che bel sorriso! Sembri molto felice!”, “ti ha fatto arrabbiare molto questa cosa?”, ricalcando magari l’espressione del viso triste o felice che sia, proprio per associare un nome allo stato d’animo. Una volta dato il nome all’emozione, è stato importante per i bimbi individuare “com’è fatta”, aiutandoli a dare una forma a questa emozione, a esprimerla, ognuno a proprio modo e con le proprie capacità, riconoscendo dunque sia fattori comportamentali che vissuti interni e fisiologici: c’è chi ha descritto la paura ricordando che “mi batte forte il cuore e mi viene mal di pancia” o la rabbia come “una cosa che ti fa fare grrr… e a volte cresce e ti fa fare AAAAARGH!!”. Anche questo è un passaggio importante in quanto permette non solo di riconoscere le proprie emozioni ma anche quelle degli altri quando si manifestano. Infine abbiamo cercato di riconoscere gli antecedenti, o meglio tutti quei fattori che possono favorire o meno l’esperire di una determinata emozione, per comprendere che la rabbia, o la paura, o ancora la tristezza non “cadono dal cielo” senza motivo alcuno, ma sono comunque conseguenza di situazioni, eventi, parole, e che dunque anche alcune proprie azioni possono causare nell’altro un’emozione piacevole o spiacevole.

Ecco alcuni strumenti utili in questi passaggi replicabili facilmente nella relazione coi bimbi:

  • “l’orologio delle emozioni”, nel quale sono presenti delle faccine che raffigurano le principali emozioni e possono aiutare il bambino a immedesimarsi ed eorologio emozionisprimere come si sente;
  • “il termometro delle emozioni”, che può aiutare i bambini a quantificare in maniera concreta la propria rabbia o la propria tristezza e che può essere un facilitatore giocoso per parlare di queste tematiche, e per aiutare gli adulti a comprendere meglio il mondo emotivo dei bimbi, discriminando ciò che attiva di più o di meno;
  • i disegni, i colori, i giochi per aiutare il bambino a esprimersi e raccontare ciò che prova in forma simbolica;
  • i libri: anche se non specificatamente dedicati alle emozioni, possiamo giocare a chiedere al bambino “secondo te come sta questo personaggio dopo che gli è successa questa cosa?”, “secondo te questa è una faccia arrabbiata o felice?”. Lo stesso vale per i cartoni animati e per rendere dunque istruttivo il tempo dedicato alla tv (per chi è incuriosito, ne parliamo in maniera più approfondita nell’articolo “Bimbi analogici in un mondo tecnologico!” );
  • durante gli incontri i bambini hanno trovato molto divertente giocare proprio a indovinare le emozioni: a turno un bimbo inscenava un’emozione (con un a smorfia del viso, con il corpo, con una parola), e gli altri dovevano indovinare di cosa si trattava. Un’attività semplice e simpatica da proporre anche a casa!

I bimbi durante questo percorso hanno saputo sorprendermi con le loro osservazioni simpatiche e mai scontate, acute e spesso coraggiose. Quali? Ve ne parlerò nei prossimi articoli, quando risponderemo ad alcune domande dedicate al mondo della paura e della rabbia!

Valentina Pajola, psicologa e dada

 

Se avete domande, dubbi, curiosità sul mondo dei piccoli, lasciateci una lettera nella speciale cassettina che troverete da Nunù o scriveteci sul nostro BLOG (https://nunubabyparking.wordpress.com/) o pagina FACEBOOK (https://www.facebook.com/nunu.babyparking/), pubblicheremo la vostra domanda in forma anonima rispondendovi all’interno della rubrica “Cara dada…”! Perchè da un piccolo problema individuale possono nascere riflessioni e soluzioni per molti…

Ricordo inoltre che per i soci di Nunù è attivo il servizio di sportello d’ascolto: uno spazio e un tempo di ascolto empatico, rispettoso e non giudicante per tutti coloro che sentono il bisogno di un sostegno, di un consiglio o di un conforto nel non sempre facile mestiere di genitore. Servizio su appuntamento individuale (info e prenotazioni: valentinapajola@gmail.com, tel: 3482410282).

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Cara Dada,
sono la mamma di un bimbo di quasi tre anni, che ancora non sa impugnare bene il cucchiaino: è normale? Vedo che altri bimbi della stessa età lo sanno già fare bene e mi chiedo quando lo imparino e se posso fare qualcosa per aiutarlo.

 

Quella della prensione è un’abilità che nel bimbo compare dapprima come riflesso involontario e via via si evolve e si affina attraverso vari step, fino ad arrivare ad una corretta presa ed impugnatura.
• Alla nascita nel bambino vi è il riflesso di prensione palmare (o grasping), per il quale la mano si chiude a pugno quando vi si appoggia qualcosa.
• Intorno ai 3/6 mesi di vita compare quella che viene chiamata presa a rastrello, attraverso la quale il bimbo afferra gli oggetti senza utilizzare il pollice, ma solamente le altre dita.
• Verso i 10 mesi compare la presa a pinza, con la quale gli oggetti vengono impugnati utilizzando i polpastrelli di pollice indice.
• La prensione vera e propria arriva più tardi, intorno all’anno e mezzo di vita.
Come per tutte le varie abilità che i bimbi acquisiscono, anche per questa è importante pensare che non ci sono dei tempi limite rigidi oltre i quali bisogna allarmarsi. Possiamo ad ogni modo aiutare i bimbi a sviluppare la prensione attraverso piccoli giochi e attività pensati proprio ai movimenti fini della mano. Nunù, all’interno del proprio spazio, propone alcune semplici attività ispirate alla pedagogia montessoriana, che possono essere facilmente proposte a casa in quanto attuate con materiale di uso comune e di riciclo. Queste attività aiutano i bimbi ad affinare e sviluppare le abilità manuali, la precisione e la concentrazione.
Eccone alcune:
GIOCO DEL TRAVASO: da fare con tanti materiali (acqua, farina, legumi, batuffoli di cotone), utilizzando ciotoline, cucchiai, ma anche mollette per il bucato.


PASTA DA MODELLARE da manipolare e decorare.

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INSERIRE GLI OGGETTI in fessure, modificando la grandezza dell’oggetto e della fessura a seconda dell’età del bimbo e del grado di difficoltà adatto a lui.


COLLAGES, dove sono previsti piccoli lavori di precisione come ritagliare e incollare.

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GIOCHI CON I LACCI, nei quali possiamo costruire delle scarpe di cartoncino e infilare dei lacci. Questa attività può essere utile per i più grandicelli che stanno imparando ad allacciarsi le scarpe, ma anche per i più piccoli che possono giocare a infilare i lacci nei forellini.

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Per queste attività dunque, via libera alla fantasia!!!

Con questa ultima lettera della stagione ci salutiamo e ci risentiamo a settembre, con tanti nuovi argomenti e spunti di riflessione.
Cara dada vi augura quindi una buona estate!
Valentina Pajola, psicologa e dada

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Cara Dada,

il mio bimbo frequenta la scuola dell’infanzia e l’altro giorno, tornando a casa, ha detto una parola… da censura!!! Io l’ho sgridato e gli ho spiegato subito che non si dicono le parolacce, ma a quanto pare è servito a ben poco… Aiuto!

 

Quello delle parolacce è un problema piuttosto “democratico”, nel senso che a quasi tutti i genitori, anche quelli più attenti al proprio modo di parlare, può essere capitato di sentire il proprio bimbo esclamare con entusiasmo una parolaccia. La prima reazione è spesso comprensibilmente di stupore e fastidio. Dove l’avrà sentita? Ma soprattutto ci si chiede: visto che sicuramente non ne conoscerà il significato, come mai il bambino trova così divertente ripeterla?

I motivi possono essere di vario tipo: quando gli adulti dicono una parolaccia, lo fanno con una certa enfasi, dando al termine incriminato quasi una funzione catartica. Ecco dunque che questa strana parola, pronunciata con questo particolare trasporto, risulta essere particolarmente attrattiva e interessante per i bimbi, che non si lasciano sfuggire proprio niente!

Da bravi sperimentatori quali sono, provano dunque a ripetere le parolacce, e le reazioni allarmate di mamma e papà o degli adulti in generale non fanno che aumentare l’interesse per questi termini, in quanto i bambini scoprono che ogni volta che ripetono il termine catalizzano su di sé l’attenzione (anche se negativa) dei grandi.

Bambini-parolacce

Che fare dunque?

  • Soprattutto con i più piccoli, che non conoscono sicuramente il significato delle parolacce che ripetono, quando sentiamo la prima parolaccia evitiamo di dare troppa importanza alla cosa: capita spessissimo infatti che, di fronte ad una mancata reazione e dunque un mancato interesse da parte dei grandi, il termine in questione non venga più ripetuto. In una normale conversazione infatti tendiamo a dare un feedback alle parole dei bimbi (rispondendo, ripetendo alcuni termini, o con reazioni non verbali come il sorriso) rafforzandole. In presenza di una mancata reazione di fronte alla prima parolaccia non diamo alcun rinforzo e dunque nessuno stimolo perché possa essere ripetuta in futuro.
  • Se invece la parolaccia in questione continua a essere ripetuta, evitiamo il rimprovero: se lo scopo del bimbo è quello di avere l’attenzione dell’adulto, il rimprovero fungerà in questo senso da rinforzo e otterremmo dunque l’effetto contrario a quello desiderato. Spieghiamo piuttosto con tranquillità e senza allarmismi che quelle parole non sono belle né gentili, e che altre persone potrebbero offendersi o rattristarsi nel sentirsele dire.
  • Importante infine, anche se forse un po’ scontato, impegniamoci a essere i primi a non dire parolacce, perlomeno in presenza dei più piccoli, per non farli sentire legittimati a ripeterle. Potrebbe essere utile porre come regola della famiglia “noi usiamo parole gentili, non ci piacciono le parolacce”, estendendo il comportamento ad una norma generale che tutti seguono, non solo il bimbo.

Valentina Pajola, psicologa e dada

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