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Archive for the ‘picologa Valentina Pajola’ Category

Cara Dada,

leggendo la lettera della settimana scorsa circa le punizioni e le possibili alternative, mi chiedo se ci sia un buon modo anche per dare delle regole: ho un bambino di 3 anni e mezzo e capita spesso che io debba richiamarlo più volte per fargli rispettare una regola, e qualche volta devo ricorrere a delle minacce e alle punizioni per farmi finalmente ascoltare! Come posso fare?

 

Nel loro processo di crescita i bimbi hanno bisogno di esplorare, di sperimentare e sperimentarsi, ma hanno al contempo bisogno di regole che siano una guida nel loro percorso, che gli diano dei binari da seguire, delle sicurezze, ma anche un contenimento e dei limiti.

Le idee riguardanti le regole sono davvero tante: c’è chi crede siano delle limitazioni nell’esplorazione del mondo da parte del bambino, e sia dunque sufficiente spiegare perché certi comportamenti non vadano attuati. C’è chi è dell’idea che siano importanti e dunque sia giusto darne molte. Spesso, come riporta questa mamma, si crede che ripetere una regola richiamando il bambino molte volte produca una risposta positiva, verificando invece che accade il contrario e portando all’esasperazione mamma e papà, che spesso sono costretti a sollecitare il bambino con rimproveri, minacce di punizioni.

Vediamo insieme come possiamo dare delle regole efficaci, buone, e che creino un clima il più sereno possibile per i bimbi, ma anche per i genitori!

 

L’ABC delle regoleUnknown

  • Spesso le regole sono pensate come limitazioni: “Non si guarda la tv quando si mangia”, “Non si corre per la strada”. Dovremmo invece presentare le regole ai nostri bimbi come un modello di comportamento a cui attenersi. È utile dunque in questo caso non presentarle come dei divieti, dunque in maniera negativa, ma piuttosto in maniera positiva, come un
    proposito o un’asserzione. Un esempio? Invece di “Quando si mangia non ci si alza da tavola” possiamo dire “Quando mangiamo stiamo seduti a tavola tutti insieme”; o ancora “Non si urla” diventa “Parliamo con un tono di voce più basso e gentile”.
  • Come si può notare dal punto precedente, le regole coinvolgono anche i grandi: non diciamo “stai seduto”, ma “stiamo seduti”. Questo aiuta il bambino a comprendere che tutta la famiglia è coinvolta e si impegna a rispettare le regole.
  • Quando possibile, può essere utile coinvolgere il bambino nella formulazione delle regole, dandogli magari delle alternative da scegliere. Questo lo farà sentire importante in quanto capirà che per mamma e papà è fondamentale anche la sua opinione, aumenterà il suo senso di responsabilità, ma soprattutto capirà che quando possibile mamma e papà sono disposti a negoziare e ad andare incontro alle sue esigenze e desideri.
  • Le regole dovrebbero essere poche e adattabili ai vari contesti (soprattutto con bimbi così piccoli che rischierebbero di non ricordarle tutte), chiare e semplici (dunque con un linguaggio adeguato all’età del bambino).
  • Personalmente ho trovato possa essere molto utile anche rappresentare insieme al bambino le varie regole: in un foglio o in un cartellone, si possono fare dei disegni o dei collage che raffigurino le varie regole e che quindi possano aiutare il bimbo a ricordarle. Questa modalità è utile soprattutto con quei bambini più vivaci e meno inclini a rispettare le regole.
  • Infine è preferibile essere autorevoli piuttosto che autoritari: preferiamo dunque toni di voce sereni ma fermi, piuttosto che urla e rabbia. Collaboriamo coinvolgendo il bambino piuttosto che imporre (ovviamente nelle situazioni di sicurezza dove possibile). Apriamoci al dialogo e alla spiegazione piuttosto che ai ricatti e alle punizioni: il fatto di minacciare il bambino rischia di creare un’associazione negativa “regola-punizione”, piuttosto che alimentare l’idea della regola come modello comportamentale.
  • A mali estremi, estremi rimedi? Come dicevo nell’articolo precedente, qualora sia necessario l’uso delle punizioni, è preferibile togliere un privilegio piuttosto che “infliggere” qualcosa di spiacevole, oppure utilizzare il time-out (per ulteriori approfondimenti https://nunubabyparking.wordpress.com/2017/05/02/punizioni-si-no-quali-alternative/).

Valentina Pajola, psicologa e dada

 

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Cara dada,

il dubbio che ti porto riguarda le regole e in particolare le punizioni che di solito vengono date allo trasgredire delle regole stesse: mi chiedo, è giusto ed educativo punire i bambini? Ci sono eventualmente alternative alla punizione?

 

I bambini nel loro processo di crescita e di esplorazione del mondo hanno bisogno di prevedibilità: prevedibilità nell’avere i propri genitori accanto a sé pronti a gioire delle loro piccole grandi conquiste; prevedibilità nel sapere che in caso di difficoltà mamma e papà sono disponibile ad aiutarli; prevedibilità nella routine quotidiana. Questa prevedibilità è data anche dalla costruzione di regole, che creano dei binari da seguire per aiutare il processo di crescita del bambino. Certo, talvolta stanno un po’ strette, sono vissute come limitanti per il bambino che non può sempre esplorare il mondo come vorrebbe lui, ecco dunque che qualche volta prova a trasgredirle! Se l’età del bambino lo consente, può essere utile dunque costruire le regole insieme a lui: questo lo aiuterà ad aumentare il suo senso di responsabilità e lo aiuterà a comprendere che, quando possibile, siamo disposti a mediare e ad accogliere le sue richieste ed esigenze (ad esempio, se vi chiede di poter guardare le tv prima di cena, potete acconsentire stabilendo insieme un tempo massimo da rispettare).

Come dicevo, qualche volta però queste regole non vengono rispettate e si ricorre spesso alla punizione.

PUNIZIONE SI? PUNIZIONE NO?

Consiglio di evitare le punizioni fisiche: oltre a essere poco efficaci, hanno un effetto negativo sull’autostima del bambino. Inoltre il bimbo a lungo andare apprenderà questa modalità (come abbiamo visto altre volte, il bambino apprende molto attraverso l’osservazione del comportamento degli altri –modeling-) e metterà in atto comportamenti altrettanto aggressivi nei vari contesti di vita (a casa, a scuola, al parco).

Quando vogliamo mettere in atto una punizione dunque è preferibile utilizzare strategie quali la privazione di privilegi (non guardare la tv, non giocare con un determinato gioco). Sarebbe meglio comunque in linea di massima evitare l’abuso delle punizioni, sostituendole piuttosto con altre modalità che vedremo in seguito. Questo perché con il lungo andare il bambino tende a distaccarsi e ad avere un vissuto di timore nei confronti del genitore eccessivamente punitivo; quando le punizioni arrivano in maniera costante inoltre viene minata l’autostima del bimbo e aumenta l’aggressività. Limitiamo dunque la punizione, utilizzandola quando il comportamento del bambino risulta pericoloso per sé o per altri o quando altre modalità educative risultano inefficaci.

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COME PUNIRE SENZA… FERIRE!

  • Diamo un avvertimento: al comparire del comportamento sbagliato, spieghiamo al bimbo perché lo è e perché è importante comportarsi diversamente. Avvertiamolo che qualora si comportasse di nuovo male scatterà una punizione (“questa sera niente tv!”). Evitiamo inoltre di alzare la voce ma cerchiamo di mantenere un tono calmo e fermo.
  • Puniamo immediatamente il comportamento negativo. La tempestività aiuta a comprendere il nesso “comportamento-effetto negativo” e a non creare confusione circa la causa della punizione: se questa arriva tardi il bimbo può non ricordare il comportamento negativo che ha messo in atto e dunque può non capire perché viene punito.
  • Spieghiamo il motivo della punizione, sempre per una maggiore comprensione del nesso “comportamento sbagliato-effetto negativo”. Evitiamo inoltre di generalizzare facendo commenti negativi sulla persona, ma limitiamoci alla situazione: non diciamo dunque “sei cattivo! Sei un monello!”, preferiamo piuttosto “non ti sei comportato bene”.
  • Le punizioni dovrebbero essere brevi nel tempo, in quanto se troppo lunghe ne viene vanificato l’effetto e rischiano di creare un maggiore clima di tensione.
  • Manteniamoci fermi nelle nostre decisioni, non dobbiamo cedere qualora il bambino inizi a fare i capricci perché non accetta la punizione. Questo comporterebbe che le nostre parole perdano con il tempo di credibilità e le punizioni perderebbero di valore ed efficacia.
  • Riconciliamoci! Al termine della punizione chiediamo al bambino se ha pensato al suo comportamento, se ha capito perché è sbagliato quello che ha fatto. Facciamogli poi capire con un abbraccio o un bacio che non siamo arrabbiati e che gli vogliamo sempre bene allo stesso modo: non mettiamo in dubbio il nostro amore per lui!

QUALI ALTERNATIVE?

Come anticipato, possiamo ricorrere ad alcune alternative alla punizione, che risultano spesso più efficaci. Quali?

  • La lode: quando una regola viene rispettata, un comportamento positivo attuato o un ammonimento viene seguito, lodiamo il bambino facendogli notare quanto è stato bravo a seguire l’indicazione. Questa modalità fa si che aumentino i comportamenti positivi lodati, in quanto il bimbo si sente gratificato; aumenta inoltre l’autostima e costituisce un buon modello per relazionarsi con gli altri.
  • Il time out: quando una regola non viene rispettata nonostante gli ammonimenti, può rivelarsi utile questa modalità, che consiste nel far sedere il bambino per un tempo limitato (al massimo 5 minuti) senza farlo giocare e ignorandolo.
  • Ignorare i comportamenti negativi quando la situazione lo permette (dunque non in situazioni di pericolo). Questa modalità va di pari passo con le lodi, in quanto vengono enfatizzati i comportamenti positivi a discapito di quelli negativi che, ignorandoli, vengono messi in secondo piano e via via scompaiono.
  • Parliamo, parliamo, parliamo! Come spesso sottolineo rispondendo alle lettere, i bambini sono molto sensibili e comprendono più di quanto crediamo. Per cui è importante parlare con loro, con un linguaggio adatto all’età, accogliere e riconoscere le emozioni provate, e cercare eventualmente di capire se i loro comportamenti “di ribellione” alle regole siano semplici capricci, dei “non mi va di fare quella cosa”, o piuttosto delle manifestazioni di altri bisogni.

 Valentina Pajola, psicologa e dada

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Cara dada,

ho un bimbo di quasi 3 anni che frequenta il nido. È sempre stato un bimbo tranquillo, anche l’inserimento è stato piuttosto sereno; nell’ultimo periodo però sembra esserci un sorta di “regressione” ad un comportamento che aveva quando era molto più piccolo: vuole sempre stare in braccio, qualche volta ricerca il seno, capita che si metta il dito in bocca. Da cosa potrebbe dipendere?

 

Il contatto fisico è molto importante per il bambino per lo sviluppo delle funzioni cognitive e il benessere psichico (ne parliamo in maniera più approfondita nell’articolo “presa in braccio: e se poi lo vizio?” https://nunubabyparking.wordpress.com/2017/03/21/presa-in-braccio-e-se-poi-lo-vizio/). Capita però, come ci racconta questa mamma, che ci siano dei momenti in cui la ricerca di contatto sia eccessiva e avvenga in maniera inusuale rispetto il solito: il bambino sembra aver acquisito le sue piccole autonomie e piccole indipendenze, ed ecco che all’improvviso adotta comportamenti che sembrava aver abbandonato, come la suzione del dito, il voler toccare il seno, il desiderio di voler stare sempre in braccio.

 DA CHE COSA POTREBBE DIPENDERE?

I fattori che possono influire su questo cambiamento potrebbero essere vari, ecco quindi che bisogna armarsi di una maggiore sensibilità per poter osservare quando avvengono questi comportamenti, riflettendo anche su eventuali modificazioni di vita, più o meno importanti. Capita spesso infatti che alcuni eventi non vengano considerati da noi adulti perché pensati come “banali”, quotidiani, ma che invece assumano grande importanza per i più piccoli. Cerchiamo di notare dunque anche piccoli cambiamenti: deve stare più a lungo del solito a scuola o con la baby-sitter? Ci sono appena state delle vacanze (non necessariamente quelle estive, particolarmente lunghe, ma anche quelle di Natale o di Pasqua) in cui è stato più a lungo con mamma e papà e ora si torna alla routine? Mamma o papà gli dedicano meno tempo (perché magari riprendono il lavoro)?

Il bimbo sta vivendo un momento di disagio difficile da gestire per lui, legato probabilmente all’area del distacco, considerate le modalità di ricerca attiva di contatto. Il bambino dunque, di fronte a queste difficoltà, sembra voler recuperare modalità di relazione che aveva quando era più piccolo, come appunto il contatto fisico, la ricerca del seno o la suzione delle dita. Questa modalità viene adottata in quanto in questo momento di difficoltà il bambino fatica a fare l’operazione corpo-mente, esterno-interno, ovvero quell’operazione che gli permette di pensare e richiamare alla mente le proprie figure di riferimento, di “portarsele dentro” senza necessariamente averle sempre presenti fisicamente per rassicurarsi. Non riuscendo a compiere questo passaggio ricerca dunque attivamente il contatto fisico per avere rassicurazione.

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COME AIUTARLO?

  • Cerchiamo di capire a quale situazione è legato il suo disagio (ad esempio il passaggio dal nido alla scuola dell’infanzia; lo stare eccessivamente con figure altre, come baby-sitter). Capendo la causa del disagio possiamo intervenire modificandola o, se non fosse possibile, spiegando al bambino cosa sta succedendo.
  • Accogliamo la sua ricerca di rassicurazioni, non respingiamolo. Una buona soluzione è quella di ricercare delle modalità di contatto più funzionali, magari in maniera graduale, come per esempio il tenersi per mano anziché prenderlo sempre in braccio, o il fare un gioco insieme, per arrivare a fare qualche attività in cui la mamma è una presenza non attiva (“mentre la mamma cucina tu puoi fare un disegno”).
  • Riconosciamo e rispecchiamo i sentimenti del bambino, per farlo sentire compreso e accolto nel suo disagio: “capisco che tu ti senta triste e voglia stare vicino alla mamma, ma non si può stare sempre in braccio” e proponiamo un’alternativa come detto sopra.
  • Facciamogli capire che lo comprendiamo senza sgridarlo, aiutandolo dunque a superare questa fase senza regredire. Questo non significa negargli le attenzioni che richiede, ma dargliele in maniera più idonea alla sua età (come descritto nei punti precedenti). Soprattutto nei periodi di “crisi” più intensi, gratifichiamolo quando compie qualcosa in autonomia: “hai fatto questo gioco da solo: come sei stato bravo! Sono orgogliosa di te!”.

Come spesso accade, queste fasi di turbolenza sono transitorie, dunque con un po’ di pazienza e queste piccole accortezze potranno essere superate nella maniera più dolce possibile!

Valentina Pajola, psicologa e dada

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Cara dada,

siamo i genitori di una bimba di 3 anni e tra pochi mesi arriverà un fratellino ad allargare la famiglia. Sappiamo che può capitare che la bambina più grande possa essere gelosa del nuovo arrivato e che si possa sentire messa da parte. Come possiamo fare per evitare tutto ciò?

 

L’arrivo di un nuovo piccolo in casa porta con sé tante emozioni nei genitori: gioia ed eccitazione da una parte, un po’ di ansia e preoccupazione dall’altra. Lo stesso vale per i più piccoli, che sono sicuramente incuriositi ed emozionati dall’inizio di questa nuova avventura, ma possono essere anche un po’ preoccupati, intimiditi da questo grande evento. L’arrivo di un fratellino comporta tanti cambiamenti nella vita quotidiana: dall’organizzazione degli spazi della casa, agli orari, fino alle varie attività che coinvolgono i componenti della famiglia. E ancora: la mamma che si assenta per qualche giorno per andare in ospedale, il via vai di persone che vengono a conoscere il neonato, tutte le cure e attenzione che necessariamente quest’ultimo necessita… un po’ di gelosia da parte del fratello o sorella maggiore è più che comprensibile!

Il primogenito quindi potrebbe vivere un momento difficile, dettato dall’insicurezza: “Mamma e papà mi vorranno bene in ugual modo? Se mi vogliono così bene perché hanno voluto un altro bimbo?”, potrebbero essere i suoi pensieri. Potrebbe vivere la nascita del fratellino come un’intrusione nel rapporto con i genitori, in quanto si passa da “io, mamma e papà” a “io, mamma e papà…e il fratellino”. Ecco quindi che potrebbero insorgere comportamenti legati alla gelosia, al risentimento, al desiderio di tornare al centro dell’attenzione: vediamo comparire capricci, attacchi di rabbia, dell’aggressività nei confronti del piccolo e qualche comportamento regressivo (come per esempio volere il pannolino anche se non lo usa più o succhiarsi il dito).

Questi comportamenti fanno parte di una fase normale e comprensibile, e proprio perché parliamo di “fase”, sono transitori. Come aiutare il bimbo ad affrontare e ad adattarsi il più serenamente possibile al cambiamento?

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QUALCHE CONSIGLIO PRATICO: L’ATTESA

  • I 9 mesi di gravidanza sono importanti per i genitori quanto per i bambini per creare uno spazio mentale atto ad accogliere il nuovo nascituro. Parlate insieme e apertamente della nuova avventura che state per vivere, parlategli dei cambiamenti che ci saranno, chiedetegli quali emozioni sta vivendo, cercando di accoglierle belle o brutte che siano. Potrete aiutarvi magari sfogliando le foto di quando lui/lei è nato e raccontandogli di tutti i cambiamenti che ci sono stati anche in occasione del suo arrivo. Oltre a sentirsi maggiormente coinvolto e capito nei suoi pensieri ed emozioni, avrà modo di abituarsi gradualmente al cambiamento, comprendendo che anche lui è stato atteso e accolto con le stesse cure e attenzioni.
  • Coinvolgetelo nei cambiamenti pratici: per esempio nella scelta dei vestitini o di giochi. Inoltre, se tra le varie modifiche della routine è previsto l’inserimento alla scuola materna, evitate di farla coincidere con l’arrivo del fratellino, iniziate piuttosto con largo anticipo, altrimenti potrebbe pensare che la vostra scelta sia dettata dal non voler stare con lui per dedicarvi di più al neonato.
  • Spiegategli che la mamma dovrà assentarsi per qualche giorno per andare in ospedale, e che dunque lui starà con i nonni per esempio, rassicurandolo che potrà andarla a trovare. Quando poi il fratellino sarà nato, potrebbe capitare che non voglia conoscerlo subito: lasciategli i suoi tempi e non forzatelo.

INIZIA LA VITA…A 4!

  • Per quanto possa essere faticoso, soprattutto nei primi tempi, cercate di dedicare sempre del tempo di qualità al primogenito, in modo che capisca che il vostro amore e le vostre attenzioni nei suoi confronti non sono cambiate: potete per esempio chiacchierare con lui mentre allattate, chiedergli come si sente o anche solo parlare delle cose che ha fatto durante la giornata. Un buon lavoro di squadra che coinvolga mamma e papà aiuterà il bambino a sentirsi sempre amato: mentre un genitore si occupa del neonato, l’altro può coinvolgerlo in qualche gioco o attività.
  • In caso di capricci o manifestazioni di rabbia non rimproveratelo, piuttosto provate a mettervi in una posizione di osservazione per capire il motivo che porta il vostro bimbo a questi comportamenti: forse è il suo modo per avere la vostra attenzione! Rassicuratelo dunque, coccolatelo, fategli capire che comprendete come sta, ricordandogli che l’amate e non l’abbandonerete mai. In questo modo po’ alla volta, con un po’ di pazienza, questi comportamenti se ne andranno.
  • Per fare partire con il piede giusto la relazione con il neonato, può essere utile fargli trovare un regalino da parte sua: “Questo regalo è da parte del tuo fratellino, mi ha detto di fartelo mentre era ancora nella pancia, per dirti che è contento di averti come fratello/sorella maggiore e non vede l’ora di essere più grande per giocare con te!”.
  • Quando ricevete visite, invitate i vostri ospiti a salutare per primo il fratello maggiore, a chiedergli come va: generalmente la prima cosa che si fa è andare a vedere il neonato e coccolarselo un po’, e questo può aumentare la gelosia del primogenito che si può sentire messo da parte.
  • Ultimo ma non meno importante, non stancatevi mai di ripetergli quanto gli volete bene!

…E PER I PICCOLI LETTORI:

Come sempre, il magico mondo dei libri può aiutare in maniera più dolce e divertente ad affrontare e capire questo nuova avventura di “fratello/sorella maggiore”. Ecco qualche consiglio per ogni età:

  • “Sono un fratello maggiore!” o “Sono una sorella maggiore!” di Li Amanda e Melanie Williamson: la stessa storia declinata al maschile e al femminile, in modo da far sentire più coinvolti i bambini. A partire dai 2 anni.
  • “Quando arriva un fratellino” di Nicoletta Costa. A partire dai 3 anni.
  • “Giacomino aspetta…un Fratellino” e “Giacomino e…la nuova Arrivata!” di Vilma Costetti e Monica Rinaldini, utili per capire ed accogliere tutte le emozioni che il ruolo di fratello maggiore comporta. Dai 4 anni.

Valentina Pajola, psicologa e dada

 

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Cara Dada,

sono la mamma di un bimbo di tre anni. In questo periodo io e il mio compagno siamo un po’ in crisi, siamo stanchi e litighiamo spesso anche davanti al bimbo, non vorremmo farlo e ci sentiamo malissimo dopo, ma non riusciamo sempre a contenere gli scatti di rabbia. Hai qualche consiglio da darci? Facciamo davvero così male al nostro bimbo?

 

I litigi, le tensioni, gli scatti di rabbia, possono presentarsi anche nelle famiglie più affiatate e più tranquille del mondo. Come ben sappiamo, la classica famiglia del Mulino Bianco non esiste nella realtà, e qualche volta può capitare di discutere, complici una giornata pesante, qualche preoccupazione, un periodo no… Insomma, capita a tutti!

Quello che può destare particolare preoccupazione è qualora questi episodi si “accendano” proprio davanti ai bimbi. In effetti, la soluzione migliore sarebbe proprio quella di evitare di litigare davanti a loro, cercando piuttosto di spostare la discussione lontano dalle orecchie dei bimbi: in camera da letto, in bagno, dunque in un luogo dove siano presenti solo mamma e papà. Questo perché i bambini, anche se molto piccoli, sono particolarmente sensibili al non verbale, quindi avvertono la tensione tra mamma e papà anche se non comprendono appieno le parole che si dicono, e potrebbero manifestare in seguito a loro volta disagio, per esempio attraverso il pianto (ne parliamo anche nell’articolo dedicato al non verbale “sos: pianti inconsolabili e mamme affaticate” https://nunubabyparking.wordpress.com/2017/03/07/sos-pianti-inconsolabili-e-mamme-affaticate/ ). Potrebbero inoltre crearsi delle teorie, delle fantasie sulle cause del litigio: potrebbero pensare di essere loro stessi il motivo della discussione (non dimentichiamo che i bimbi nell’età prescolare hanno un pensiero egocentrico), o che mamma e papà non si vogliano più bene. Inoltre, se i litigi sono frequenti possono influenzare lo stile comunicativo del bambino, che può apprendere una modalità aggressiva nel relazionarsi con gli altri.

L’ideale dunque sarebbe evitare di litigare davanti ai bambini, o perlomeno di non farlo troppo spesso. Ma come dicevo prima, può capitare il contrario! Dunque che fare? Non disperate cari genitori: l’importante è saper rimediare.

litigi

“ABBIAMO LITIGATO DAVANTI AL BIMBO, COME RIMEDIAMO?”

  • Il fatto di porvi il dubbio se il vostro comportamento può fare del male al bambino è già un buon punto di partenza: state riconoscendo che forse avete fatto un errore, non state ignorando il problema. E forse è proprio da qui che potete partire per rimediare: spiegate al bambino che mamma e papà hanno sbagliato, che anche i grandi fanno degli errori, e qualche volta capita anche a loro di bisticciare. Il litigio è un evento che capita a tutti. Potete spiegargli che è successo perché eravate un po’ stanchi e vi siete un po’ arrabbiati, fategli capire che il motivo del litigio non è il bambino e che, anche se capita che litighiate, vi volete sempre tanto bene!
  • Non ignorate dunque l’accaduto, pensando magari che il bambino sia piccolo e non capisca, o che siano cose che riguardano i grandi. I bambini avvertono la tensione, capiscono che c’è qualcosa che non va, e il “non detto” può creare molta confusione nella testa del bimbo, che si potrebbe creare le fantasie errate sulla natura del litigio di cui parlavamo prima.
  • Una cosa utile in questi casi può essere poi fare la pace apertamente davanti al bambino. Lo aiuterà a capire che il litigio è risolto, e potrete fungere da modello per quando anche lui litiga con i suoi piccoli amici: dopo una discussione è importante fare la pace e tornare come prima!

Con queste accortezze il bambino può capire che il litigio (do per scontato che parliamo di discussioni e non di manifestazioni più violente) può capitare a tutti, sia ai grandi che ai più piccoli, ma che non è motivo di rottura dei rapporti e che l’importante è poi chiarire e riappacificarsi.

Valentina Pajola, psicologa e dada

 

 

 

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Cara Dada,

il mio bimbo di tre anni mi dice che gli altri bambini lo spingono e a volte non vuole andare a scuola, come devo interpretare questa cosa? Come posso sostenerlo dando importanza a ciò che sente ma anche aiutandolo ad andare verso gli altri senza paura?

Considerata l’età del bimbo sono vari i fattori che possono essere coinvolti e che possiamo verificare, accompagnandolo e aiutandolo in questo momento di difficoltà.

Il bambino infatti ha tre anni, immagino dunque abbia appena iniziato ad andare alla scuola materna e per la prima volta si affacci alla socialità, alla dimensione gruppale con gli altri bimbi, alla separazione prolungata con la mamma; potrebbe anche essere che il bimbo abbia già sperimentato la separazione dalla sua figura di riferimento, frequentando il nido per esempio, e che si trovi dunque a vivere il passaggio a una realtà differente a quella a cui era abituato, dal nido alla materna.

In entrambi i casi il bambino si trova ad affrontare un grande cambiamento: separarsi per un periodo di tempo prolungato dalla mamma e rimanere con adulti e bambini nuovi, o sperimentare un contesto diverso da quello offerto dal nido, il quale è un ambiente più contenuto, con figure di riferimento stabili e ritmi diversi rispetto a quelli della scuola materna, anche a livello di…coccole, essendo il rapporto educatrici/bambini piuttosto contenuto. Potrebbe dunque essere che quella del bambino sia una manifestazione di disagio in questo periodo di cambiamento, che cerchi in qualche modo di prolungare il contatto con la mamma o il papà per rimandare questa situazione che non vive tranquillamente.

Ciò non significa che dobbiamo dare poco valore alle parole del bambino quando ci racconta che i suoi piccoli amici qualche volta lo spingono: cerchiamo di accogliere la sua esperienza, di fargli comprendere che lo capiamo e sosteniamo, provando a dargli gli strumenti giusti per affrontare la situazione, senza sostituirci a lui.

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…E DAL PUNTO DI VISTA PRATICO?

Per quanto riguarda il fatto delle “botte” da parte dei compagni, spieghiamo al bambino che qualche volta i bimbi sono un po’ irruenti e molto fisici quando giocano, ma la loro intenzione non è fargli del male ma coinvolgerlo nel gioco. Se invece capiamo che si tratta di qualcosa di più di una semplice spinta, o che ad ogni modo questi episodi gli creano disagio e difficoltà, spieghiamogli che ne può parlare con la maestra, che lei lo può aiutare. È utile avere un confronto con l’educatrice anche per gli adulti, per capire meglio quali siano le dinamiche effettivamente instauratesi tra il bimbo e i suoi amici.

Tutto questo in un clima di ascolto e partecipazione, non diamo un’idea di eccessivo allarmismo, in quanto in questo modo il bambino trova conferma nel genitore delle sue paure, che vengono rinforzate e quindi si opporrà ancora di più al fatto di andare a scuola.

Se invece capiamo che il problema sta proprio nel cambiamento di ambiente e nel distacco dai genitori, possiamo adottare alcuni piccoli accorgimenti che si utilizzano nel momento del distacco, durante gli inserimenti, come ad esempio piccole gratificazioni, l’evitare il rimprovero, il sorriso. Per saperne di più rimando all’articolo “Inserimento? Un gioco da…bambini!” (https://nunubabyparking.wordpress.com/2017/02/28/inserimento-un-gioco-da-bambini-piccolo-vademecum-per-un-inserimento-sereno-per-genitori-e-bimbi/) dove parliamo di questo argomento in maniera più approfondita.

Valentina Pajola, psicologa e dada

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Cara dada,

la mia bimba di due anni è molto attaccata agli oggetti: quando gioca li vuole organizzare con grande autonomia, ma se qualche bimbo si inserisce manifesta grande irritazione e a volte urla “è tutto mio!”. Altre volte la vediamo accumulare tantissimi oggetti come se volesse che tutto fosse solo per lei. E’ normale che a quell’età non voglia condividere i giochi? Come possiamo comportarci per rispettare la sua autonomia ma aiutarla a giocare bene con gli altri?

 

Leggendo questa lettera ho pensato in maniera affettuosa “ecco i famosi terrible twos (terribili due)!”. “Terribili” è un aggettivo dato da noi adulti in riferimento all’età dei bimbi, perché spesso sono grandi il disappunto, lo spazientimento e, perché no, qualche volta l’irritazione, provati dalle mamme e dai papà di fronte ad alcuni comportamenti che si manifestano in questo periodo.

Per i bimbi invece questo periodo è tutt’altro che terribile, direi anzi che è molto importante nel loro processo di crescita e di sviluppo cognitivo e nella creazione di una propria identitàTra i 18 e i 24 mesi infatti i bimbi, nel pieno della loro esplorazione di sé e del mondo, iniziano un processo di differenziazione di ciò che è “sè” da “altro da sè”, ovvero iniziano a capire che il proprio corpo e tutto ciò che fa parte del mondo esterno non sono un tutt’uno, ma sono ben definiti e distinti. Questa fase non è però immediata, necessita di tempo, e si conclude generalmente intorno ai quattro anni.

Prima che questo processo di identificazione del sè e di differenziazione si sia pienamente completato, i bimbi percepiscono il mondo esterno come un’estensione del proprio corpo.

Ecco quindi spiegato il motivo di questo bisogno di possesso che emerge in questo periodo, durante il quale il bimbo “rivendica” ciò che crede sia parte di sè, dunque suo; è in questo momento che iniziamo a sentire in maniera reiterata (e a volte un po’ rabbiosa) dal bambino la parola “mio!!”, e ad assistere alle prime dispute per oggetti che non avremmo mai creduto potessero essere d’interesse per il nostro piccolo.

Si tratta dunque di un comportamento che non dobbiamo accogliere con allarmismo o preoccupazione, in quanto parte importante nel processo di crescita. Possiamo accompagnare però il bambino in questo percorso: la guida, le regole e la presenza dell’adulto sono molto importanti nella comprensione di ciò che è sé/altro da sé, mio/non mio, ma anche nel fargli capire l’importanza della condivisione e della collaborazione con gli altri.

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COSA FARE DAL PUNTO DI VISTA PRATICO?

  • Se il bimbo strappa i giochi di mano agli altri bimbi, o cerca di impossessarsi di tutto, possiamo intervenire in maniera dolce ma ferma: “Questi giochi non sono tutti tuoi, sono di tutti i bimbi! Appena il tuo amico finisce di giocarci ti da il gioco così puoi farlo anche tu” (diamo così un’idea di alternanza e di condivisione); “scegli tu un gioco che puoi prestare all’altro bimbo” (diamogli la possibilità di scelta: in questo periodo i bambini amano sperimentare e avere le proprie piccole autonomie. In questo modo gli diamo la possibilità di agire operando una decisione da soli, e non come un ordine imposto); “ci stava giocando il bimbo, quando ha finito lo puoi prendere tu! “(capirà così l’importanza del rispettare i turni. Ovviamente è importante che anche noi seguiamo le regole che diamo: facciamo dunque in modo che i turni vengano effettivamente rispettati, non usiamo queste parole solo per risolvere nell’immediato la situazione).
  • Proviamo a dare per primi il buon esempio: se il bimbo ci prende qualcosa, possiamo dirgli “va bene te lo presto per un po’, poi quando mi serve me lo ridai” e fare lo stesso con gli altri membri della famiglia. I bambini infatti apprendono molto attraverso il modellamento (modeling), dunque osservando il comportamento degli altri e imitandolo.
  • Qualora il bimbo fatichi a rinunciare ai propri giochi per cederli, e tenda a reagire con molta rabbia, possiamo fare con lui dei giochi che prevedano l’alternanza dei turni (qualcosa in stile gioco dell’oca per intenderci), possiamo così aiutarlo al contempo a sopportare la frustrazione dell’attesa e del non avere “tutto e subito”.
  • Quando il bimbo condivide, riconosciamolo e gratifichiamolo: “come sei stato bravo!”. Evitiamo invece il rimprovero nei momenti di non condivisione, ma adottiamo l’atteggiamento fermo di cui parlavo prima.
  • L’ingrediente segreto, infine, è la pazienza: come anticipato, questa fase ha bisogno dei propri tempi per maturare, e solo intorno ai 4 anni generalmente scompare questo bisogno di avere tutto per sé in maniera indifferenziata. Non demordete dunque cari genitori: i buoni frutti presto arriveranno!

 

Valentina Pajola, psicologa e dada

Se avete domande, dubbi, curiosità sul mondo dei piccoli, lasciateci una lettera nella speciale cassettina che troverete da Nunù o scriveteci sul nostro BLOG (https://nunubabyparking.wordpress.com/) o pagina FACEBOOK (https://www.facebook.com/nunu.babyparking/), pubblicheremo la vostra domanda in forma anonima rispondendovi all’interno della rubrica “Cara dada…”! Perchè da un piccolo problema individuale possono nascere riflessioni e soluzioni per molti…

Ricordo inoltre che per i soci di Nunù è attivo il servizio di sportello d’ascolto: uno spazio e un tempo di ascolto empatico, rispettoso e non giudicante per tutti coloro che sentono il bisogno di un sostegno, di un consiglio o di un conforto nel non sempre facile mestiere di genitore. Servizio su appuntamento individuale (info e prenotazioni: Valentina_04@libero.it, tel: 3482410282).

 

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