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Posts Tagged ‘Cara dada…’

Cara Dada,

con l’arrivo dell’estate stiamo iniziando a pensare di togliere il pannolino al nostro bimbo di 2 anni. Siamo un po’ preoccupati perché temiamo possa essere un cambiamento non proprio semplice sia per il bimbo che per noi, hai qualche consiglio?

Il cosiddetto “spannolinamento”, ovvero passare dal pannolino al vasino, rappresenta uno dei tanti piccoli passi verso l’autonomia nel cammino di crescita di ogni bimbo. Quasta fase è particolarmente delicata in quanto coinvolge attivamente non solo il bimbo, che acquisisce una nuova competenza importante per la propria autonomia e per la propria autostima (impara a fare una cosa “da grandi”!), ma anche i genitori, che armati di pazienza accompagnano e sostengono il bambino in questo percorso alla conquista del vasino!

Come ogni tappa evolutiva, ognuno ha i propri tempi. Così come ogni bimbo inizia a parlare o camminare con tempistiche differenti l’uno dall’altro, anche per il passaggio dal pannolino al vasino è importante rispettare i tempi del bambino e non forzare la mano. Generalmente infatti, se il bambino ha raggiunto il compimento del secondo anno d’età, si approfitta del periodo estivo (comprensibilmente) per iniziare a togliere il pannolino per una serie di comodità: meno vestiti da togliere, facilità nel lavare e asciugare facilmente i panni che si sporcano in caso di piccoli incidenti. Insieme a queste considerazioni, credo sia essenziale metterne una di fronte a tutte, forse la più importante affinchè lo spannolinamento proceda con tranquillità: il bambino è pronto? Generalmente tra i 18-24 mesi i bambini acquisiscono una maggiore consapevolezza del proprio corpo e, in questo caso, dei propri stimoli fisiologici. Da cosa lo capiamo? Il bimbo può segnalare di aver fatto pipì in vari modi: verbalmente, indicando il pannolino, o magari andando in un angolino o appartandosi quando necessita di fare i propri bisogni. Questi sono piccoli segnali che ci fanno capire che il bimbo avverte e riconosce lo stimolo, potrebbe dunque essere un buon momento per procedere con lo spannolinamento. Come accennavo in precedenza, non c’è un’età precisa e “giusta” affinchè questa fase avvenga: ci sono bimbi che si sentono pronti prima dei due anni, altri intorno ai due anni e mezzo, questo non li rende “più o meno bravi”, “più o meno pigri”, semplicemente ogni bimbo è unico ed è giusto rispettare e seguire i suoi tempi. È dunque importante osservare e ascoltare con la giusta sensibilità il bimbo.

È importante tenere conto inoltre della presenza di eventuali ulteriori cambiamenti che stanno avvenendo nella vita del piccolo: se avete appena traslocato, se è nato un fratellino, è meglio aspettare ancora un po’ perché per il bambino potrebbe essere un momento delicato o stressante al quale si deve abituare prima di introdurre un’ulteriore novità.

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Ci siamo: il bimbo è pronto! E adesso?

Credo che la parola chiave, giunti a questo punto, sia la pazienza. Anche se abbiamo appurato che il bimbo è in grado di riconoscere e segnalare lo stimolo fisiologico, sarà normale che si verifichino numerosi “incidenti di percorso”: d’altro canto, quando ha imparato a camminare, quante volte è caduto prima di capire come si fa? Questo potrebbe accadere perché le prime volte riconosce e segnala lo stimolo troppo tardi, o magari è distratto da altre attività più coinvolgenti, o semplicemente se ne dimentica. Quando succede che si bagni è importante non sgridarlo: potrebbe sentirsi imbarazzato, colpevolizzato, e dunque potrebbe vivere con frustrazione e difficoltà questo momento. Possiamo cercare di aiutarlo chiedendogli spesso se deve fare pipì, così da ricordarglielo qualora sia impegnato in qualche gioco per lui interessante.

Così come i tempi sono differenti da bimbo in bimbo, anche le modalità di “approccio” al vasino devono essere adattate al carattere e alle esigenze del piccolo: può infatti sentirsi maggiormente a proprio agio mettendo il vasino in un luogo protetto e discreto, o può essere più funzionale per lui portare il vasino con sé nelle varie stanze della casa, almeno per il primo periodo.

Può essere utile far familiarizzare il bimbo col vasino per esempio facendolo scegliere a lui, scegliendone uno del suo personaggio preferito, lasciando che lo “studi” anche giocandoci, o raccontando una storia a tema: in biblioteca e in libreria si trovano numerosi libri molto utili e divertenti da leggere insieme; da Nunù per l’infanzia per esempio viene utilizzato “Posso guardare nel tuo pannolino?”, altre letture simpatiche possono essere “Il vasino”, “Il vasino del pirata/della principessa”.

Quando il bimbo raggiunge l’obiettivo via libera a rinforzi come un bel bacio, un abbraccio, un elogio per quanto è stato bravo. Potrebbe risultare utile anche utilizzare la cosiddetta token economy: assegnategli un adesivo, una stellina, un simbolo ben visibile ogni volta che utilizza correttamente il vasino come riconoscimento, e al raggiungimento di 5 stelline potrete fare un’attività piacevole per il bimbo come premio: un giro al parco, un gelato insieme (sarebbe meglio evitare premi materiali come l’acquisto di un gioco).

Con tanta pazienza e ascolto delle esigenze del vostro bimbo vedrete che uscirete vittoriosi nella… conquista del vasino!

Valentina Pajola, psicologa e dada

 

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 Si è concluso nel mese di dicembre il nostro piccolo percorso laboratoriale dedicato alle emozioni, pensato per i bimbi dai 3 ai 6 anni con lo scopo di aiutarli a familiarizzare con il proprio mondo emotivo. Sono qui per raccontarvi un po’ il “dietro le quinte” di questa esperienza per poter rendere partecipi anche mamme, papà, nonni: insomma tutti i più grandicelli che per motivi… anagrafici non hanno potuto partecipare, ma che comunque hanno dimostrato tanta curiosità e interesse per questo percorso.foto-emozioni.

Perché un laboratorio sulle emozioni?

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una sempre maggiore sensibilità rivolta al tema delle emozioni. Il film “Inside Out” è una testimonianza di questa maggiore attenzione, in quanto vengono trattate e integrate emozioni primarie come Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto, e viene spiegato attraverso un linguaggio semplice ed efficace come tutte queste siano importanti nella costruzione del Sé e nella relazione con gli altri.

A mio avviso, uno dei messaggi più importanti che questo film d’animazione manda è proprio il fatto che non esistono emozioni giuste o sbagliate, importanti o meno importanti, ma sono tutte necessarie in ugual modo nella costruzione della nostra esperienza. Spesso la nostra cultura può in maniera erronea lasciar passare il messaggio che sia meglio nascondere alcuni stati d’animo a favore di altri: la paura può esser letta come sintomo di codardia; troppa tristezza può dar noia al prossimo, meglio mostrarsi gioiosi; la rabbia è spesso vista come un’emozione da evitare. Ecco quindi che è sempre più importante riconoscere sin da piccoli il valore di ogni emozione, accettandola senza però reprimerla, ma cercando piuttosto di regolarla quando necessario.

Nei laboratori svolti da Nunù lo scopo principale è stato quello di aiutare i bimbi a riconoscere ogni emozione in tutte le sue sfumature e tutte le sue manifestazioni, riuscendo in primis a dare un nome a ciò che provano: questo primo passaggio che può sembrare banale è in realtà un punto molto importante e delicato e per nulla scontato. È frequente infatti che gli adulti stessi trovino difficoltoso riconoscere e discriminare le emozioni. Via libera dunque a “Mi sembri un po’ arrabbiato…”, “Wow che bel sorriso! Sembri molto felice!”, “ti ha fatto arrabbiare molto questa cosa?”, ricalcando magari l’espressione del viso triste o felice che sia, proprio per associare un nome allo stato d’animo. Una volta dato il nome all’emozione, è stato importante per i bimbi individuare “com’è fatta”, aiutandoli a dare una forma a questa emozione, a esprimerla, ognuno a proprio modo e con le proprie capacità, riconoscendo dunque sia fattori comportamentali che vissuti interni e fisiologici: c’è chi ha descritto la paura ricordando che “mi batte forte il cuore e mi viene mal di pancia” o la rabbia come “una cosa che ti fa fare grrr… e a volte cresce e ti fa fare AAAAARGH!!”. Anche questo è un passaggio importante in quanto permette non solo di riconoscere le proprie emozioni ma anche quelle degli altri quando si manifestano. Infine abbiamo cercato di riconoscere gli antecedenti, o meglio tutti quei fattori che possono favorire o meno l’esperire di una determinata emozione, per comprendere che la rabbia, o la paura, o ancora la tristezza non “cadono dal cielo” senza motivo alcuno, ma sono comunque conseguenza di situazioni, eventi, parole, e che dunque anche alcune proprie azioni possono causare nell’altro un’emozione piacevole o spiacevole.

Ecco alcuni strumenti utili in questi passaggi replicabili facilmente nella relazione coi bimbi:

  • “l’orologio delle emozioni”, nel quale sono presenti delle faccine che raffigurano le principali emozioni e possono aiutare il bambino a immedesimarsi ed eorologio emozionisprimere come si sente;
  • “il termometro delle emozioni”, che può aiutare i bambini a quantificare in maniera concreta la propria rabbia o la propria tristezza e che può essere un facilitatore giocoso per parlare di queste tematiche, e per aiutare gli adulti a comprendere meglio il mondo emotivo dei bimbi, discriminando ciò che attiva di più o di meno;
  • i disegni, i colori, i giochi per aiutare il bambino a esprimersi e raccontare ciò che prova in forma simbolica;
  • i libri: anche se non specificatamente dedicati alle emozioni, possiamo giocare a chiedere al bambino “secondo te come sta questo personaggio dopo che gli è successa questa cosa?”, “secondo te questa è una faccia arrabbiata o felice?”. Lo stesso vale per i cartoni animati e per rendere dunque istruttivo il tempo dedicato alla tv (per chi è incuriosito, ne parliamo in maniera più approfondita nell’articolo “Bimbi analogici in un mondo tecnologico!” );
  • durante gli incontri i bambini hanno trovato molto divertente giocare proprio a indovinare le emozioni: a turno un bimbo inscenava un’emozione (con un a smorfia del viso, con il corpo, con una parola), e gli altri dovevano indovinare di cosa si trattava. Un’attività semplice e simpatica da proporre anche a casa!

I bimbi durante questo percorso hanno saputo sorprendermi con le loro osservazioni simpatiche e mai scontate, acute e spesso coraggiose. Quali? Ve ne parlerò nei prossimi articoli, quando risponderemo ad alcune domande dedicate al mondo della paura e della rabbia!

Valentina Pajola, psicologa e dada

 

Se avete domande, dubbi, curiosità sul mondo dei piccoli, lasciateci una lettera nella speciale cassettina che troverete da Nunù o scriveteci sul nostro BLOG (https://nunubabyparking.wordpress.com/) o pagina FACEBOOK (https://www.facebook.com/nunu.babyparking/), pubblicheremo la vostra domanda in forma anonima rispondendovi all’interno della rubrica “Cara dada…”! Perchè da un piccolo problema individuale possono nascere riflessioni e soluzioni per molti…

Ricordo inoltre che per i soci di Nunù è attivo il servizio di sportello d’ascolto: uno spazio e un tempo di ascolto empatico, rispettoso e non giudicante per tutti coloro che sentono il bisogno di un sostegno, di un consiglio o di un conforto nel non sempre facile mestiere di genitore. Servizio su appuntamento individuale (info e prenotazioni: valentinapajola@gmail.com, tel: 3482410282).

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Cara Dada,
sono la mamma di un bimbo di quasi tre anni, che ancora non sa impugnare bene il cucchiaino: è normale? Vedo che altri bimbi della stessa età lo sanno già fare bene e mi chiedo quando lo imparino e se posso fare qualcosa per aiutarlo.

 

Quella della prensione è un’abilità che nel bimbo compare dapprima come riflesso involontario e via via si evolve e si affina attraverso vari step, fino ad arrivare ad una corretta presa ed impugnatura.
• Alla nascita nel bambino vi è il riflesso di prensione palmare (o grasping), per il quale la mano si chiude a pugno quando vi si appoggia qualcosa.
• Intorno ai 3/6 mesi di vita compare quella che viene chiamata presa a rastrello, attraverso la quale il bimbo afferra gli oggetti senza utilizzare il pollice, ma solamente le altre dita.
• Verso i 10 mesi compare la presa a pinza, con la quale gli oggetti vengono impugnati utilizzando i polpastrelli di pollice indice.
• La prensione vera e propria arriva più tardi, intorno all’anno e mezzo di vita.
Come per tutte le varie abilità che i bimbi acquisiscono, anche per questa è importante pensare che non ci sono dei tempi limite rigidi oltre i quali bisogna allarmarsi. Possiamo ad ogni modo aiutare i bimbi a sviluppare la prensione attraverso piccoli giochi e attività pensati proprio ai movimenti fini della mano. Nunù, all’interno del proprio spazio, propone alcune semplici attività ispirate alla pedagogia montessoriana, che possono essere facilmente proposte a casa in quanto attuate con materiale di uso comune e di riciclo. Queste attività aiutano i bimbi ad affinare e sviluppare le abilità manuali, la precisione e la concentrazione.
Eccone alcune:
GIOCO DEL TRAVASO: da fare con tanti materiali (acqua, farina, legumi, batuffoli di cotone), utilizzando ciotoline, cucchiai, ma anche mollette per il bucato.


PASTA DA MODELLARE da manipolare e decorare.

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INSERIRE GLI OGGETTI in fessure, modificando la grandezza dell’oggetto e della fessura a seconda dell’età del bimbo e del grado di difficoltà adatto a lui.


COLLAGES, dove sono previsti piccoli lavori di precisione come ritagliare e incollare.

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GIOCHI CON I LACCI, nei quali possiamo costruire delle scarpe di cartoncino e infilare dei lacci. Questa attività può essere utile per i più grandicelli che stanno imparando ad allacciarsi le scarpe, ma anche per i più piccoli che possono giocare a infilare i lacci nei forellini.

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Per queste attività dunque, via libera alla fantasia!!!

Con questa ultima lettera della stagione ci salutiamo e ci risentiamo a settembre, con tanti nuovi argomenti e spunti di riflessione.
Cara dada vi augura quindi una buona estate!
Valentina Pajola, psicologa e dada

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Cara Dada,

il mio bimbo frequenta la scuola dell’infanzia e l’altro giorno, tornando a casa, ha detto una parola… da censura!!! Io l’ho sgridato e gli ho spiegato subito che non si dicono le parolacce, ma a quanto pare è servito a ben poco… Aiuto!

 

Quello delle parolacce è un problema piuttosto “democratico”, nel senso che a quasi tutti i genitori, anche quelli più attenti al proprio modo di parlare, può essere capitato di sentire il proprio bimbo esclamare con entusiasmo una parolaccia. La prima reazione è spesso comprensibilmente di stupore e fastidio. Dove l’avrà sentita? Ma soprattutto ci si chiede: visto che sicuramente non ne conoscerà il significato, come mai il bambino trova così divertente ripeterla?

I motivi possono essere di vario tipo: quando gli adulti dicono una parolaccia, lo fanno con una certa enfasi, dando al termine incriminato quasi una funzione catartica. Ecco dunque che questa strana parola, pronunciata con questo particolare trasporto, risulta essere particolarmente attrattiva e interessante per i bimbi, che non si lasciano sfuggire proprio niente!

Da bravi sperimentatori quali sono, provano dunque a ripetere le parolacce, e le reazioni allarmate di mamma e papà o degli adulti in generale non fanno che aumentare l’interesse per questi termini, in quanto i bambini scoprono che ogni volta che ripetono il termine catalizzano su di sé l’attenzione (anche se negativa) dei grandi.

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Che fare dunque?

  • Soprattutto con i più piccoli, che non conoscono sicuramente il significato delle parolacce che ripetono, quando sentiamo la prima parolaccia evitiamo di dare troppa importanza alla cosa: capita spessissimo infatti che, di fronte ad una mancata reazione e dunque un mancato interesse da parte dei grandi, il termine in questione non venga più ripetuto. In una normale conversazione infatti tendiamo a dare un feedback alle parole dei bimbi (rispondendo, ripetendo alcuni termini, o con reazioni non verbali come il sorriso) rafforzandole. In presenza di una mancata reazione di fronte alla prima parolaccia non diamo alcun rinforzo e dunque nessuno stimolo perché possa essere ripetuta in futuro.
  • Se invece la parolaccia in questione continua a essere ripetuta, evitiamo il rimprovero: se lo scopo del bimbo è quello di avere l’attenzione dell’adulto, il rimprovero fungerà in questo senso da rinforzo e otterremmo dunque l’effetto contrario a quello desiderato. Spieghiamo piuttosto con tranquillità e senza allarmismi che quelle parole non sono belle né gentili, e che altre persone potrebbero offendersi o rattristarsi nel sentirsele dire.
  • Importante infine, anche se forse un po’ scontato, impegniamoci a essere i primi a non dire parolacce, perlomeno in presenza dei più piccoli, per non farli sentire legittimati a ripeterle. Potrebbe essere utile porre come regola della famiglia “noi usiamo parole gentili, non ci piacciono le parolacce”, estendendo il comportamento ad una norma generale che tutti seguono, non solo il bimbo.

Valentina Pajola, psicologa e dada

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Cara dada,

la questione che ti porto riguarda il rapporto tra i bambini e la tecnologia: mi sto impegnando a limitare l’uso della televisione con i miei due bimbi, cercando di valorizzare altre attività, ma non sempre ci riesco e spesso cedo alla tentazione della tv come “baby sitter”. Può essere in qualche modo dannoso tutto ciò?

 

La questione “tecnologia” non è mai stata tanto attuale e tanto discussa come oggi. La nostra routine quotidiana è immersa e sommersa dalla tecnologia: dalla tv al cellulare, dal pc al tablet. Dobbiamo ammettere che per noi adulti tutto ciò sta diventando spesso una dipendenza, e per i più piccoli? Credo non possiamo ignorare il fatto che la tecnologia faccia parte delle nostre vite e della nostra quotidianità, dunque sarebbe impresa difficile cercare di eliminare questa componente dalla vita dei più piccoli. Come ogni cosa, penso che la risposta giusta si trovi nel mezzo. Forse dirò una banalità, ma se proprio non possiamo farne a meno, allora cerchiamo di utilizzare gli strumenti che la tecnologia ci offre in maniera ponderata e intelligente, trovando una modalità che sia costruttiva e non dannosa.

In che modo?

Non mi soffermo sugli eventuali danni che gli apparecchi tecnologici potrebbero sortire sui bimbi non essendo un argomento di mia competenza e non essendone particolarmente informata; penso piuttosto a ciò che la tv impedisce di fare ai bambini, per esempio parlare, o riconoscere e rispecchiare le emozioni che vengono trasmesse e che sono suscitate dai protagonisti dello schermo. La comunicazione infatti è un processo circolare, in cui ad ogni azione segue una risposta, la quale risposta è seguita a sua volta da una nuova reazione. E con la tv? Questo processo si blocca, è monodirezionale. Se il bimbo è divertito o rattristato dalle immagini che vede in tv, non ha quel rispecchiamento e quella condivisione dell’emozione che la comunicazione a due gli permette di avere: non c’è il rimando “sei triste?” oppure “questa cosa ti ha proprio divertito!”, che gli da modo di riconoscere e dare un nome all’emozione che sta provando. Allo stesso tempo non c’è una risposta adeguata all’emozione manifestata: ad esempio quando vediamo il bimbo rattristato, spesso gli chiediamo cosa è successo, cerchiamo di accoglierlo, di dargli delle spiegazioni magari cercando di modulare l’emozione stessa. Questa operazione ovviamente non può essere effettuata da uno schermo.

Infine può accadere che alcuni contenuti che vengono trasmessi creino delle domande e dei dubbi nei bimbi, che la televisione per ovvi motivi non può dissipare.

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Come guardare la tv in modo costruttivo e non… “distruttivo”?

  • Consiglierei di accompagnare i bimbi durante la visione della tv: in questo modo possiamo prevenire le conseguenze negative descritte sopra. Utilizziamo questo “tempo tecnologico” in maniera attiva e interattiva, senza farci trasportare dalle immagini passivamente: via libera dunque ai commenti, alle domande “come si chiama quell’animaletto? Che verso fa?”. Facciamo la stessa cosa con le emozioni, giocando magari a indovinare cosa prova il protagonista delle storie che vediamo insieme: “sembra molto spaventato!”, “guarda come ride: sembra felice!”, trasformando questa attività in un importante esercizio utile nel riconoscere le emozioni.
  • Limitiamo l’uso della tv come baby sitter lasciando i bimbi soli con la tecnologia. Sicuramente in alcuni momenti, nei quali i bimbi non si lasciano distrarre da nessuna attività proposta, la tv ci salva vita, possiamo quindi scegliere di fargli vedere programmi o cartoni animati dei quali già conosciamo i contenuti. La scelta dei programmi è infatti importante se pensiamo al fatto che i bambini imparano molto osservando e imitando poi i comportamenti che vedono nella vita reale, ma anche in quella “virtuale”.
  • Concordiamo un tempo massimo in cui si può guardare la tv ogni giorno, decidendo insieme in quali momenti della giornata la si può accendere: consiglierei di non superare l’ora giornaliera, per evitare di creare quella dipendenza che potrebbe portare i bambini a preferire la tv piuttosto che un gioco manuale o un giro al parco.
  • Proviamo poi a spegnere la televisione quando siamo a tavola, utilizzando questo momento per parlare e raccontarci la giornata.
  • Infine, presentare un nuovo gioco o una semplice attività (ad esempio piccoli travasi o impasti) con particolare entusiasmo, spesso è sufficiente a distrarre il bambino e a spegnere la tv… senza troppi drammi!

Valentina Pajola, psicologa e dada

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Cara Dada,

leggendo la lettera della settimana scorsa circa le punizioni e le possibili alternative, mi chiedo se ci sia un buon modo anche per dare delle regole: ho un bambino di 3 anni e mezzo e capita spesso che io debba richiamarlo più volte per fargli rispettare una regola, e qualche volta devo ricorrere a delle minacce e alle punizioni per farmi finalmente ascoltare! Come posso fare?

 

Nel loro processo di crescita i bimbi hanno bisogno di esplorare, di sperimentare e sperimentarsi, ma hanno al contempo bisogno di regole che siano una guida nel loro percorso, che gli diano dei binari da seguire, delle sicurezze, ma anche un contenimento e dei limiti.

Le idee riguardanti le regole sono davvero tante: c’è chi crede siano delle limitazioni nell’esplorazione del mondo da parte del bambino, e sia dunque sufficiente spiegare perché certi comportamenti non vadano attuati. C’è chi è dell’idea che siano importanti e dunque sia giusto darne molte. Spesso, come riporta questa mamma, si crede che ripetere una regola richiamando il bambino molte volte produca una risposta positiva, verificando invece che accade il contrario e portando all’esasperazione mamma e papà, che spesso sono costretti a sollecitare il bambino con rimproveri, minacce di punizioni.

Vediamo insieme come possiamo dare delle regole efficaci, buone, e che creino un clima il più sereno possibile per i bimbi, ma anche per i genitori!

 

L’ABC delle regoleUnknown

  • Spesso le regole sono pensate come limitazioni: “Non si guarda la tv quando si mangia”, “Non si corre per la strada”. Dovremmo invece presentare le regole ai nostri bimbi come un modello di comportamento a cui attenersi. È utile dunque in questo caso non presentarle come dei divieti, dunque in maniera negativa, ma piuttosto in maniera positiva, come un
    proposito o un’asserzione. Un esempio? Invece di “Quando si mangia non ci si alza da tavola” possiamo dire “Quando mangiamo stiamo seduti a tavola tutti insieme”; o ancora “Non si urla” diventa “Parliamo con un tono di voce più basso e gentile”.
  • Come si può notare dal punto precedente, le regole coinvolgono anche i grandi: non diciamo “stai seduto”, ma “stiamo seduti”. Questo aiuta il bambino a comprendere che tutta la famiglia è coinvolta e si impegna a rispettare le regole.
  • Quando possibile, può essere utile coinvolgere il bambino nella formulazione delle regole, dandogli magari delle alternative da scegliere. Questo lo farà sentire importante in quanto capirà che per mamma e papà è fondamentale anche la sua opinione, aumenterà il suo senso di responsabilità, ma soprattutto capirà che quando possibile mamma e papà sono disposti a negoziare e ad andare incontro alle sue esigenze e desideri.
  • Le regole dovrebbero essere poche e adattabili ai vari contesti (soprattutto con bimbi così piccoli che rischierebbero di non ricordarle tutte), chiare e semplici (dunque con un linguaggio adeguato all’età del bambino).
  • Personalmente ho trovato possa essere molto utile anche rappresentare insieme al bambino le varie regole: in un foglio o in un cartellone, si possono fare dei disegni o dei collage che raffigurino le varie regole e che quindi possano aiutare il bimbo a ricordarle. Questa modalità è utile soprattutto con quei bambini più vivaci e meno inclini a rispettare le regole.
  • Infine è preferibile essere autorevoli piuttosto che autoritari: preferiamo dunque toni di voce sereni ma fermi, piuttosto che urla e rabbia. Collaboriamo coinvolgendo il bambino piuttosto che imporre (ovviamente nelle situazioni di sicurezza dove possibile). Apriamoci al dialogo e alla spiegazione piuttosto che ai ricatti e alle punizioni: il fatto di minacciare il bambino rischia di creare un’associazione negativa “regola-punizione”, piuttosto che alimentare l’idea della regola come modello comportamentale.
  • A mali estremi, estremi rimedi? Come dicevo nell’articolo precedente, qualora sia necessario l’uso delle punizioni, è preferibile togliere un privilegio piuttosto che “infliggere” qualcosa di spiacevole, oppure utilizzare il time-out (per ulteriori approfondimenti https://nunubabyparking.wordpress.com/2017/05/02/punizioni-si-no-quali-alternative/).

Valentina Pajola, psicologa e dada

 

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Cara dada,

il dubbio che ti porto riguarda le regole e in particolare le punizioni che di solito vengono date allo trasgredire delle regole stesse: mi chiedo, è giusto ed educativo punire i bambini? Ci sono eventualmente alternative alla punizione?

 

I bambini nel loro processo di crescita e di esplorazione del mondo hanno bisogno di prevedibilità: prevedibilità nell’avere i propri genitori accanto a sé pronti a gioire delle loro piccole grandi conquiste; prevedibilità nel sapere che in caso di difficoltà mamma e papà sono disponibile ad aiutarli; prevedibilità nella routine quotidiana. Questa prevedibilità è data anche dalla costruzione di regole, che creano dei binari da seguire per aiutare il processo di crescita del bambino. Certo, talvolta stanno un po’ strette, sono vissute come limitanti per il bambino che non può sempre esplorare il mondo come vorrebbe lui, ecco dunque che qualche volta prova a trasgredirle! Se l’età del bambino lo consente, può essere utile dunque costruire le regole insieme a lui: questo lo aiuterà ad aumentare il suo senso di responsabilità e lo aiuterà a comprendere che, quando possibile, siamo disposti a mediare e ad accogliere le sue richieste ed esigenze (ad esempio, se vi chiede di poter guardare le tv prima di cena, potete acconsentire stabilendo insieme un tempo massimo da rispettare).

Come dicevo, qualche volta però queste regole non vengono rispettate e si ricorre spesso alla punizione.

PUNIZIONE SI? PUNIZIONE NO?

Consiglio di evitare le punizioni fisiche: oltre a essere poco efficaci, hanno un effetto negativo sull’autostima del bambino. Inoltre il bimbo a lungo andare apprenderà questa modalità (come abbiamo visto altre volte, il bambino apprende molto attraverso l’osservazione del comportamento degli altri –modeling-) e metterà in atto comportamenti altrettanto aggressivi nei vari contesti di vita (a casa, a scuola, al parco).

Quando vogliamo mettere in atto una punizione dunque è preferibile utilizzare strategie quali la privazione di privilegi (non guardare la tv, non giocare con un determinato gioco). Sarebbe meglio comunque in linea di massima evitare l’abuso delle punizioni, sostituendole piuttosto con altre modalità che vedremo in seguito. Questo perché con il lungo andare il bambino tende a distaccarsi e ad avere un vissuto di timore nei confronti del genitore eccessivamente punitivo; quando le punizioni arrivano in maniera costante inoltre viene minata l’autostima del bimbo e aumenta l’aggressività. Limitiamo dunque la punizione, utilizzandola quando il comportamento del bambino risulta pericoloso per sé o per altri o quando altre modalità educative risultano inefficaci.

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COME PUNIRE SENZA… FERIRE!

  • Diamo un avvertimento: al comparire del comportamento sbagliato, spieghiamo al bimbo perché lo è e perché è importante comportarsi diversamente. Avvertiamolo che qualora si comportasse di nuovo male scatterà una punizione (“questa sera niente tv!”). Evitiamo inoltre di alzare la voce ma cerchiamo di mantenere un tono calmo e fermo.
  • Puniamo immediatamente il comportamento negativo. La tempestività aiuta a comprendere il nesso “comportamento-effetto negativo” e a non creare confusione circa la causa della punizione: se questa arriva tardi il bimbo può non ricordare il comportamento negativo che ha messo in atto e dunque può non capire perché viene punito.
  • Spieghiamo il motivo della punizione, sempre per una maggiore comprensione del nesso “comportamento sbagliato-effetto negativo”. Evitiamo inoltre di generalizzare facendo commenti negativi sulla persona, ma limitiamoci alla situazione: non diciamo dunque “sei cattivo! Sei un monello!”, preferiamo piuttosto “non ti sei comportato bene”.
  • Le punizioni dovrebbero essere brevi nel tempo, in quanto se troppo lunghe ne viene vanificato l’effetto e rischiano di creare un maggiore clima di tensione.
  • Manteniamoci fermi nelle nostre decisioni, non dobbiamo cedere qualora il bambino inizi a fare i capricci perché non accetta la punizione. Questo comporterebbe che le nostre parole perdano con il tempo di credibilità e le punizioni perderebbero di valore ed efficacia.
  • Riconciliamoci! Al termine della punizione chiediamo al bambino se ha pensato al suo comportamento, se ha capito perché è sbagliato quello che ha fatto. Facciamogli poi capire con un abbraccio o un bacio che non siamo arrabbiati e che gli vogliamo sempre bene allo stesso modo: non mettiamo in dubbio il nostro amore per lui!

QUALI ALTERNATIVE?

Come anticipato, possiamo ricorrere ad alcune alternative alla punizione, che risultano spesso più efficaci. Quali?

  • La lode: quando una regola viene rispettata, un comportamento positivo attuato o un ammonimento viene seguito, lodiamo il bambino facendogli notare quanto è stato bravo a seguire l’indicazione. Questa modalità fa si che aumentino i comportamenti positivi lodati, in quanto il bimbo si sente gratificato; aumenta inoltre l’autostima e costituisce un buon modello per relazionarsi con gli altri.
  • Il time out: quando una regola non viene rispettata nonostante gli ammonimenti, può rivelarsi utile questa modalità, che consiste nel far sedere il bambino per un tempo limitato (al massimo 5 minuti) senza farlo giocare e ignorandolo.
  • Ignorare i comportamenti negativi quando la situazione lo permette (dunque non in situazioni di pericolo). Questa modalità va di pari passo con le lodi, in quanto vengono enfatizzati i comportamenti positivi a discapito di quelli negativi che, ignorandoli, vengono messi in secondo piano e via via scompaiono.
  • Parliamo, parliamo, parliamo! Come spesso sottolineo rispondendo alle lettere, i bambini sono molto sensibili e comprendono più di quanto crediamo. Per cui è importante parlare con loro, con un linguaggio adatto all’età, accogliere e riconoscere le emozioni provate, e cercare eventualmente di capire se i loro comportamenti “di ribellione” alle regole siano semplici capricci, dei “non mi va di fare quella cosa”, o piuttosto delle manifestazioni di altri bisogni.

 Valentina Pajola, psicologa e dada

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