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Posts Tagged ‘presa in braccio’

Cara Dada,

ho una curiosità che riguarda il fatto di correre a prendere in braccio mio figlio e coccolarlo ogni volta che piange o mi chiama: lo sto viziando? Sarebbe meglio seguire i “consigli della nonna”, senza accorrere sempre e aiutarlo a essere più autonomo?

 

L’istinto di mamma non sbaglia: corri a prendere in braccio il tuo piccolo ogni volta che lo richiede senza troppi pensieri! Il contatto fisico infatti è tanto importante quanto il cibo e l’acqua, fonte di nutrimento per il corpo questi ultimi, nutrimento per lo sviluppo psicologico il primo.

Il bambino, soprattutto nel primo anno di vita, è solo comportamento, non si è ancora affacciata la componente cognitiva: ciò significa che il suo pianto, il suo richiedere attenzioni, sono legate a un bisogno fisiologico, a un disagio, o a una necessità di avere la propria mamma o il proprio papà vicini, non sono dunque manifestazioni di un capriccio.

Il contatto inoltre è uno dei primi mezzi comunicativi che il bimbo impara a conoscere: dalla vita intrauterina, ai primi contatti con mamma e papa, all’allattamento al seno… il senso del tatto assume grande importanza.

Come accennavo prima, il contatto è importante quanto il cibo, in quanto se quest’ultimo permette lo sviluppo fisico, il primo è essenziale per lo sviluppo psichico e delle funzioni cognitive.

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Come può essere possibile tutto ciò?

Se nei primi anni di vita il bimbo manifesta un disagio, e la mamma o il papà accolgono questa richiesta prendendolo in braccio, coccolandolo e fornendogli ciò di cui necessita, il bimbo impara che in caso di difficoltà o di bisogno i suoi genitori saranno lì ad aiutarlo. Questo aumenta la sua sicurezza e può permettersi di esplorare il mondo, di sperimentare e sperimentarsi, certo di ritrovare in caso di bisogno quella che Bowlby definisce “base sicura”.

Con il tempo tutto ciò gioverà sull’autostima del bambino e sul suo senso di amabilità, aiutandolo a crescere sereno e sicuro. Un po’ alla volta, con il passare degli anni e con le piccole, grandi conquiste ottenute, il bambino richiederà meno contatto, e dunque questo percorso verso l’autonomia avverrà in maniera dolce e graduale. Se lo lasciamo piangere, noteremo col tempo che piangerà di meno: questo non è segno di un’autonomia raggiunta, ma del fatto che il bimbo impara che in caso di pianto (e quindi di malessere) non riceve alcun conforto. La situazione di malessere dunque nel bimbo non scompare, solo impara a non segnalarla.

Qualche mese fa mi sono imbattuta casualmente in una storia che a mio avviso spiega perfettamente questo concetto in maniera metaforica. La riporto scusandomi con l’autore (che purtroppo non ricordo) qualora non fossi fedele alla versione originale, cercherò di riportarne il concetto.

“Immaginate di trovarvi soli in un deserto dal quale dovete uscire.

La vostra unica fonte di sopravvivenza è una presenza che vi fornisce dell’acqua.

Immaginate ora di essere assetati, di chiedere acqua, ma che questa non vi venga fornita; a nulla valgono le vostre proteste, il vostro implorare; l’acqua vi viene data solo in determinati momenti della giornata, quando la presenza decide che potete bere. A lungo andare non chiederete più nulla, resterete impotenti ad aspettare l’acqua, fermi per risparmiare energie.

Ora immaginate che l’acqua vi venga data ogni tanto, senza una cadenza precisa; alcune volte le vostre richieste vengono ascoltate, altre no: inizierete a richiederla a gran voce, il vostro pensiero fisso diventerà l’acqua e come fare per ottenerne più possibile, non penserete nient’altro che a questo.

Infine immaginate che l’acqua vi venga data ogni volta che lo chiedete: questa non diventerà un pensiero fisso, vi sentirete sicuri di riceverla al momento del bisogno, e questo vi permetterà di concentrare le vostre energie nell’esplorazione per trovare la strada e uscire dal deserto”.

Per concludere: il troppo amore non vizia mai!

Valentina Pajola, psicologa e dada

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